Italia Sicura, un errore chiuderla

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Nei primi giorni di luglio, dal Consiglio dei Ministri, è arrivata la notizia della chiusura di Italia Sicura, la struttura voluta dal Governo Renzi contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche. La notizia è grave soprattutto in un territorio come quello genovese e ligure che a breve dovranno sostenere l’impatto della stagione autunnale e le sue piogge che, si spera, non diventino motivo di forte preoccupazione. Il lavoro svolto dai tecnici di Italia Sicura ha permesso alla Liguria di ottenere un investimento di oltre 450 milioni di euro nella sola città di Genova ed attivare 215 cantieri su tutta la Liguria di cui 164 già conclusi. Italia Sicura è riuscita a far partire, dopo una fase di contenzioso, i lavori del secondo lotto del torrente Bisagno e dello scolmatore del torrente Fereggiano. Insomma, si tratta di una struttura pubblica che è servita e che ancora servirebbe, anche dal punto di vista strettamente sindacale in quanto ha consentito alle imprese serie del territorio di lavorare, portando con sé una occupazione qualificata. Uno dei rischi di questa chiusura è la frammentazione in mille rivoli di competenze e risorse. La preoccupazione infatti è determinata dal fatto che esiste la possibilità che con la sua chiusura si torni a consegnare ad ogni singolo Ministero, regione o comune, competenze ed anche risorse, perdendo di fatto la visione di insieme che è quella che ha permesso un lavoro serio sui problemi. Quello che serve infatti è un maggior coordinamento tra Ministeri competenti che sia in grado di attrarre risorse per maggiore programmazione e pianificazione. Quello di cui i nostri territori hanno necessità è un piano nazionale per la sicurezza, idea che i sindacati delle costruzioni sostengono da tempo, perché alla sicurezza dei cittadini unisce il rilancio dell’occupazione nel settore edile. E’ innegabile che questo vale ancora di più per un Paese come l’Italia, con circa l’80 % del territorio a rischio sismico o a rischio idrogeologico, con un patrimonio edificato privato risalente per oltre il 50 % ai primi anni settanta. Dove spesso il Paese si è caratterizzato per un uso politico dell’opera, rispondendo talvolta più al mero interesse particolare che generale. Il valzer del malcostume e del malaffare, dei commissariamenti, padri delle oltre 600 opere incompiute in cui si alternano opere strategiche ad opere senza alcuna evidente finalità. Dei progetti esecutivi mai esecutivi, delle imprese di costruzioni con più avvocati in forza che carpentieri e specializzate in ricorsi amministrativi, di una burocrazia spesso bizantina. Non tutto così, ovvio. Ma ciò ha rappresentato indiscutibilmente un grave danno in termini di tempi, costi e credibilità e di perdita di opportunità per il mondo del lavoro. Ecco perché la chiusura di Italia Sicura è un fatto grave sul quale il Governo dovrebbe fare una seria riflessione.

Fabio Marante è Segretario Generale Fillea Cgil Genova e Liguria

Genova, 17 luglio 2018