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Giovedì scorso Genova ha ricordato i fatti del 30 giugno Sessanta con un grande corteo partito da Piazza della Vittoria e giunto a De Ferrari. Nel percorso sono state omaggiate le lapidi dedicate ai caduti partigiani e ai deportati morti nei campi di concentramento e alla targhe in ricordo del Presidente Pertini e dell’amato sindaco Cerofolini al quale, dal marzo scorso, è stato intitolato il  Porticato del Teatro Carlo Felice.

Pertini e Cerofolini furono due protagonisti delle lotte che allora coinvolsero  giovani e meno giovani, ex partigiani, lavoratori e cittadini coordinati dalla Camera del Lavoro e dall’Anpi, che respinsero il tentativo di far svolgere il congresso del Movimento sociale italiano a Genova, Medaglia d’oro della Resistenza.

L’intento era quello di sdoganare le forze ex fasciste che in quel momento appoggiavano il Governo Tambroni. Ma a soli 15 anni dalla Resistenza, Genova non aveva dimenticato e ricordava bene anche l’ex Prefetto Basile (incaricato di presiedere quel Congresso), che nel 1944 era Prefetto di Genova e che fu tra i responsabili di tante morti e della deportazione di oltreE 1.500 operai dalle fabbriche del ponente genovese.

Quel congresso a Genova, i fatti di Genova, la sua mobilitazione, riecheggiarono in tutto il Paese con diverse città coinvolte, purtroppo anche con vittime tra i manifestanti, ma alla fine la piazza vinse e il Governo Tambroni cadde.

Oggi Cgil e Anpi ricordano quei fatti perché, pur essendo storia recente, in molti, troppi, e non solo tra i giovani, non li ricordano o non li conoscono, e perché i valori espressi da quei manifestanti e da quelle lotte sono più che mai attuali.

Su tutti ne cito tre: pace, lavoro, antifascismo.

Molti di coloro che parteciparono al 30 giugno del 1960 erano partigiani che avevano lottato nella tragedia della seconda guerra mondiale,  per  avere la pace, per un futuro di libertà e democrazia, respingendo logiche fasciste e naziste.  E allora credo che oggi vada fatto molto di più contro le guerre nel mondo e in particolare per la guerra in Ucraina, avviata dalla colpevole scelta di violenta aggressione da parte della Russia di Putin.

La posizione della Cgil è stata chiara sin da subito: vogliamo che la guerra si fermi, che il percorso di pace sia l’obiettivo e la priorità dell’Europa; quando si vuole la pace si fa la pace e si lavora instancabilmente per essa, non si armano gli eserciti.

E poi si sono i temi del lavoro perché la guerra porta anche altro, a partire da pesanti ricadute sull’economia, e quindi su lavoratori e lavoratrici, su pensionate e pensionati e su chi un lavoro non lo ha.

Il nostro ruolo di sindacato è quello di rivendicare una condizione migliore per lavoratori, disoccupati e pensionati che stanno affrontando una crisi economica profonda, iniziata ben prima della guerra e ben prima della pandemia.

Oggi abbiamo una inflazione che supera il 7 per cento, con una prospettiva di progressivo aumento (qualcuno si è spinto a previsioni del 12 per cento per fine anno): tradotto questo significa che è stata bruciata una mensilità di retribuzioni e pensioni  e questo non è accettabile.

Bisogna mettere nelle tasche dei lavoratori un aumento salariale vero che si può ottenere attraverso una fiscalità diversa, agendo sul cuneo fiscale, e questo vale anche per i pensionati.

Occorre rinnovare i contratti collettivi nazionali di lavoro nei giusti tempi e garantendo importi salariali adeguati e poi bisogna combattere il grave problema della precarietà.

182 miliardi di euro evasi al fisco ogni anno, in aumento anno su anno, di questo bisogna parlare e avviare una campagna per risolvere uno scandalo del paese che si scarica su cittadini e imprese oneste.

Serve aprire una stagione nuova, diversa, di diritti, di sicurezza, di lavoro, di riforme degne di questo nome, a partire da fisco e pensioni.

Lo abbiamo chiesto con lo sciopero generale del dicembre scorso, con la manifestazione di due settimane fa a Roma e lo chiederemo ancora se questo Governo continuerà a muoversi senza ascoltare le parti sociali.

Tra qualche mese si inizierà a parlare di Legge finanziaria: bene, il Governo deve interloquire con il sindacato, in caso contrario non staremo a guardare e ci mobiliteremo per tempo.

E infine i temi dell’antifascismo. Il 30 giugno del 1960 Genova scese in piazza perché aveva compreso che la città non era stata scelta a caso: quella città, che si era liberata da sola, era il banco di prova per far rientrare dalla porta chi era scappato dalla finestra.

Lo scorso 9 ottobre, a Roma, l’assalto alla sede nazionale della Cgil ha aperto nella nostra democrazia una ferita profonda, ha riportato il Paese indietro di tanti anni.

Le scene che abbiamo visto ci hanno riportati a fatti analoghi accaduti nel ‘22 quando le Camere del Lavoro erano prese di mira dai fascisti che le assaltavano.

Sono passati cento anni, ma le dinamiche di prevaricazione, odio e violenza sono le stesse.

Il mondo del lavoro, il suo agire democratico, basato sui principi sanciti nella Carta Costituzionale nata dalla Resistenza, danno fastidio.

Ieri come allora furono i presidi democratici ad essere messi in discussione.

Ma attenzione: quando si prendono di mira le sedi sindacali, si compie uno sfregio non solo all’organizzazione in sé, ma a tutto il mondo del lavoro e ai suoi diritti; e alla democrazia.

Come ha ricordato il Segretario Generale Cgil Maurizio Landini, è arrivato il tempo di sciogliere tutte le formazioni che si richiamano al fascismo e anche in questo caso da troppo tempo aspettiamo.

Igor Magni è Segretario Generale Camera del Lavoro di Genova