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Magni (Cgil) su presentazione del libro ‘Il mio novecento’ di Giordano Bruschi

Igor Magni Segretario Generale Camera del Lavoro Metropolitana di Genova

Traccia contributo. Sono molto felice di essere qui oggi. Quando sono stato invitato alla presentazione del libro “Il mio Novecento” e alla festa per il compleanno di Giordano mi sono sentito un testimone privilegiato; non molti hanno la fortuna di incontrare nella propria vita persone del calibro di Giordano Bruschi. L’impegno e la passione civile che lo contraddistinguono sono un esempio per me come uomo e come dirigente sindacale. La sua stessa vita è testimonianza dei valori democratici che sono propri del sindacato che rappresento: democrazia, solidarietà, attenzione agli ultimi. A lui dobbiamo molto perché non solo è stato protagonista e testimone dei momenti cruciali attraversati dalla nostra città e dal nostro Paese, ma la sua naturale dote di oratore ha permesso anche a persone lontane da questi temi di vivere le tensioni emotive sottese a quei fatti. Penso in particolare ai giovani, ai quali Bruschi riesce a raccontare fatti e storie lontani dal loro quotidiano, trasmettendo loro una memoria  che raramente si impara sui banchi di scuola. Non è facile oggi parlare di Resistenza o di lotte sindacali, o addirittura di impegno civile: in molti tentano di sminuire quel passato, licenziandolo come vecchio o ideologico, molti sono disillusi, in tanti nemmeno votano e questo fatto è difficile da buttare giù, soprattutto se si pensa a quanto sia costato, anche in termini di vite umane, esercitare questo diritto. Sotto certi aspetti non meno facile è far partecipare le persone all’attività sindacale. Se è vero che la nostra organizzazione conta 5 milioni di iscritti e che siamo il primo sindacato in Italia, è vero che facciamo più fatica di prima a organizzare le persone, le lavoratrici e i lavoratori. Tante sono le cause a partire da quella disaffezione alla vita sociale della quale parlavo prima. Il lavoro sempre più parcellizzato, l’individualismo teso all’esasperazione, i lunghi anni di crisi economica, insieme ad un modello di sviluppo economico inadatto al presente, le politiche liberiste portate avanti anche da parte della sinistra, hanno allontanato le persone e smorzato gli entusiasmi. Gli anni che ci racconta Bruschi nel Suo Novecento sono anni di riscatto civile nei quali la lotta del singolo e la sua resistenza si sommavano a quella degli altri e insieme determinavano condizioni di miglioramento collettivo. Con questo non voglio dire che una volta era più facile fare sindacato, o che tutti partecipavano allo stesso modo. Sul sindacato un esempio di come non fosse facile per niente organizzare le “masse” ce lo da proprio Bruschi in una delle epiche battaglie sindacali che lo vide protagonista, ossia quella dello sciopero dei marittimi del 1959 organizzato perché  i marittimi non avevano contratto e non vigeva un rapporto di lavoro privato ma militare che obbligava persino al saluto militare. La Film Cgil, la federazione italiana dei lavoratori marittimi contava appena 159 iscritti, praticamente nessuno! Eppure, grazie all’ingegno e alla caparbia di sindacalisti come Giordano, partì da Genova il più grande e lungo sciopero dei marittimi italiani che fermò navi in tutto il mondo e che terminò solo dopo 40 giorni. È una storia molto bella che potete leggere nei volumi “Fermi al primo approdo” (che era in pratica il comando che dava inizio allo sciopero) e in uno dei libri di Bruschi “La sfida dei marittimi ai padroni del vapore” dove appunto si racconta la tutta la storia. La nostra città, proprio per la presenza del Porto, ma anche come uno dei poli del triangolo industriale e capitale delle partecipazioni statali,  è stata una fucina di vertenze sindacali e nel tempo si sono create le condizioni che hanno determinato la presenza di un sindacato forte, ben radicato sui luoghi di lavoro. Oggi nonostante quel passato sia “passato” e le grandi concentrazioni produttive siano state notevolmente ridimensionate, la classe operaia esiste ed è in grado di mobilitarsi. Nel gennaio del 2012 Genova era attraversata da una vertenza difficile, quella di Fincantieri. La lotta di lavoratori e sindacato era tutta tesa a non far chiudere il sito di Sestri Ponente e per quella lotta si ricevette la solidarietà di tutta la città e delle istituzioni. Anche l’allora Presidente Giorgio Napolitano volle incontrare in Prefettura i vertici sindacali portando loro il sostegno della Presidenza della Repubblica. Quella lotta durò settimane ma oggi il cantiere di Sestri ponente ha davanti a sé molti anni di lavoro davanti e nonostante i problemi ancora irrisolti, fra tutti il famoso ribaltamento a mare che garantirebbe di poter costruire navi di maggiori dimensioni, dà lavoro a centinaia di lavoratori diretti e a migliaia di operai nell’indotto.

Questo è solo un esempio, ma potrei citare anche l’ex Ilva oggi Arcelor Mittal. Nel 2005 è stato spento l’altoforno con un accordo firmato anche dal sindacato, in barba a quelli che sostengono che il sindacato mira solo a mantenere i posti di lavoro e non si preoccupa delle condizioni ambientali di lavoratori e cittadini. Quell’Accordo, tutt’ora valido, ha spento per sempre l’altoforno permettendo allo stesso tempo di mantenere a Genova la lavorazione a freddo dell’acciaio che oggi il sindacato vuole continuare a tutelare perché senza questa acciaieria il nostro Paese dipenderebbe totalmente dall’estero e in piena pandemia impossibilitati a reperire mascherine, abbiamo toccato con mano cosa questo significhi quando dall’Italia spariscono completamente le produzioni.

Oggi il problema del sindacato è quello di riuscire a tutelare le migliaia di lavoratori che non possono contare su quella massa produttiva, che un contratto non ce l’hanno, che lavorano soli, magari con una bicicletta su e giù  per la città a portare il cibo nelle nostre case. O quelli che portano i pacchi che noi ordiniamo comodamente a casa con un click e che nel lockdown spesso non ricevevano nemmeno mascherine o guanti per proteggersi. In questi anni il sindacato, la Cgil, non è stata ferma a guardare. Abbiamo raccolto 1 milione e cinquecentomila firme per presentare una legge di iniziativa popolare che dal 2016 giace in Parlamento la “Carta dei Diritti universali“.

La Carta è la riscrittura del lavoro in nome di un principio di uguaglianza che travalichi le varie forme e tipologie nelle quali esso si è diversificato e frammentato negli anni. In questo modo la Cgil ha proposto un nuovo Statuto delle lavoratrici e dei lavoratori, che estenda diritti a chi non ne ha e li riscriva per tutti alla luce dei grandi cambiamenti di questi anni, rovesciando l’idea che sia l’impresa, il soggetto più forte, a determinare le condizioni di chi lavora, il soggetto più debole.

La Cgil crede che vi siano dei diritti che devono essere garantiti a tutti i lavoratori. Un lavoro senza diritti rende il lavoro una merce, diritti universali rendono il lavoro un fattore di benessere e di crescita. Qualunque lavoro si faccia, in qualunque modo si svolga la propria attività, qualsiasi contratto si abbia, questi diritti devono essere  sempre riconosciuti e accessibili.

Come sappiamo e come oggi viene riconfermato nel suo ultimo libro, l’esercizio dei diritti è un tema che sta molto a cuore a Giordano che oltre ad essere un autorevole testimone del novecento, è un uomo contemporaneo. In una recente intervista rispetto a questa terribile pandemia che ha colpito soprattutto gli anziani, Giordano si è scagliato contro la privatizzazione della sanità e ha dichiarato “In tutta la mia vita ho sempre combattuto contro i virus che si sono succeduti, il fascismo, il nazismo, la diseguaglianza, lo sfruttamento, la solitudine, anche questi erano virus, morali, ideali che andavano combattuti, c’è una coerenza con la battaglia che si fa attualmente contro il coronavirus e le battaglie che ho fatto per 95 anni” e poi, in piena sintonia con quanto dichiariamo quotidianamente ha aggiunto “Ho l’impressione che la sanità non sia stata organizzata bene, il disastro delle case di riposo degli anziani, la dimenticanza dei vecchi, la tragedia che ha colpito specialmente i vecchi è dovuta anche al degrado della sanità pubblica, perchè in questi anni tutte queste strutture sono state in parte privatizzate, in parte dimenticate, se c’è un bisogno che viene fuori con urgenza in tutto il mondo è che alcuni beni come la salute sono beni primari e che ci vuole, è la lezioni di questi giorni, una fortissima sanità pubblica”.

Ecco, io credo che il sindacalista contemporaneo Bruschi sia riassunto proprio qui, in queste parole.

Nel maggio scorso il Consiglio comunale di Genova – esclusi i consiglieri di Fratelli d’Italia – ha finalmente votato per il “grifo d’oro” a Giordano  riconoscendo in Bruschi un cittadino che dà lustro alla città.  E’ una partita sulla quale anche noi come Cgil ci siamo spesi raccogliendo le firme presso le nostre sedi e appoggiando la mozione presentata per tutti i proponenti da Gianni Crivello. Abbiamo accolto la notizia con grande felicità perché  questo importante riconoscimento sancisce una vita spesa tra impegno e militanza, esercitati sempre, anche nei momenti più difficili, e ciò  rappresenta un esempio per tutti noi.