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Nel 1997, ultimo anno di gestione pubblica, l’allora Telecom era tra le prime cinque aziende del settore al mondo: fatturava circa 23 miliardi di lire e i dipendenti erano 120 mila. L’attuale Tim, dopo la peggiore privatizzazione della storia nazionale, fattura circa 16 miliardi di euro e ne ha 26 di debiti.

In Liguria i dipendenti sono circa 600 di cui 450 a Genova, falcidiati negli anni a causa di una forte riduzione del personale operata anche tramite scivoli e prepensionamenti. Nelle ultime settimane si sta discutendo con l’Azienda del possibile ricorso agli ammortizzatori sociali, in particolare del “contratto di solidarietà difensivo”. La situazione riguarderebbe la quasi totalità dei dipendenti genovesi, con percentuali di riduzione oraria del 10 – 15 per cento. E’ forte quindi la preoccupazione di lavoratori e lavoratrici per l’incerto futuro vista anche la prossima separazione della rete, con la creazione di una società ad hoc, per la quale si rischia di non avere garanzie sugli attuali livelli occupazionali.

Proprio per sollecitare un incontro e l’interessamento del Governo nei confronti di una vicenda che ormai si protrae da anni e che sta assumendo connotati sempre più allarmanti, venerdì scorso i sindacati hanno organizzato un presidio davanti al Ministero delle Imprese e del Made in Italy

Lo “spezzatino” che sta coinvolgendo Tim desta più di una preoccupazione e richiede risposte urgenti dal Governo. I problemi non riguardano solo l’occupazione ma anche il servizio stesso, quello che esso rappresenta per i clienti e per il Paese.

Il Sindacato lavoratori della comunicazione della Cgil che, tra gli altri, tutela i dipendenti Tim, ha chiesto un tavolo urgente con il Governo perchè in ballo c’è il futuro occupazionale di 36 mila persone tra cui, lecitamente, sta crescendo la paura di perdere il posto di lavoro.

Il sindacato, già nel 2018, aveva proposto un intervento di razionalizzazione con la previsione della fusione con Open Fiber, per la creazione della rete unica, ipotesi portata avanti sotto il Governo Conte con la sottoscrizione di una lettera di intenti tra Tim e Cdp, azionista di Open Fiber. La prospettiva è poi svanita con la caduta del Governo Conte. Da allora il debito ha continuato ad aumentare e si è arrivati alla resa incondizionata, con la vendita della rete al fondo americano KKR, e da ultimo alla presentazione di un ulteriore piano che prevede anche la vendita della controllata Tim Brasil e la svendita delle attività retail. La situazione è paradossale: a 18 anni dalla privatizzazione, una azienda che era sana ora è in difficoltà, un’azienda che era presente in diversi paesi ora è presente solo in Italia e in Brasile, con una riduzione del perimetro aziendale che, insieme al fatto di essere stata nel passato monopolista, oggi deve continuare a rispettare stringenti obblighi di legge.

Oggi, dopo che il fondo Merlyn – un azionista di minoranza – ha presentato il suo piano alternativo per Tim, che oltre alla vendita della rete prevede l’immediata cessione anche di Tim Brazil e di Tim Consumer, le preoccupazioni aumentano, così come l’incertezza per il futuro.

La responsabilità politica di questa triste vicenda ha riguardato diversi Governi sostenuti dalle più svariate maggioranze parlamentari, ma evidentemente non ha insegnato nulla, visto che il pensiero riferito dall’attuale Governo non va oltre un irresponsabile rinvio alle scelte del mercato.

 

Sonia Montaldo

Segretaria Generale Slc Cgil Genova