image_pdfimage_print

La figura del caregiver viene ad assumere un ruolo fondamentale della gestione del malato. Un’inchiesta del servizio di neurofisiologia clinica dell’Università di Genova, pubblicata qualche anno fa, rivela che il 75,8 per cento dei caregiver è costituito da donne e che tale percentuale cresce col peggiorare delle condizioni cliniche del paziente.

Dall’inchiesta, inoltre, risulta un rapporto molto complesso con il medico di medicina generale che spesso appare distante dai reali problemi del malato e dei familiari. Mentre emerge un rapporto molto intimo con il malato. Nell’inchiesta si è anche cercato di valutare se il cargiver abbia mai pensato alla morte del malato come ad una possibile via di uscita dalla tragica realtà dalla malattia. Sono stati molto pochi i familiari che hanno ammesso di aver avuto tale pensiero.

Questa, allora ci ha convinti del fatto che il familiare che presta le cure diventa a tutti gli effetti così protettivo nei confronti del malato da essere disposto ad accettare limitazioni alla propria vita impensabili in altri contesti. Bisogna anche dire che per un certo periodo di tempo la malattia non modifica la vita del malato e del caregiver. Solo alla comparsa dei sintomi comportamentali oltre a quelli cognitivi – irrequietezza motoria, vagabondaggio e aggressività violenta – si realizza fino in fondo quanto sia difficilmente accettabile la sua completa e totale dedizione al malato.

Articolo di Guido Rodriguez (pubblicato sulla rivista Liberetà n°4 aprile 2018), neurofisiopatologo all’università di Genova, ha pubblicato varie ricerche sulle demenze senili, e ha collaborato con lo Spi Cgil Liguria alla stesura di un manuale per le famiglie.