Non servono nuove fattispecie di reato, servono uomini e mezzi. E il rinforzo del Reparto mobile di Torino non può essere pagato con dieci unità in meno a Genova, che a Chiomonte ha già lasciato sul campo trentacinque feriti
Quanto emerge sull'assalto al cantiere di Chiomonte impone una lettura netta: il "blocco nero" non ha improvvisato nulla. Guanti colorati per distinguere squadre e compiti, nomi in codice sulle ricetrasmittenti — «Puma», «Brufen», «Sandokan» — nastro adesivo sui marchi delle calzature. Retrovie con soluzioni anti-lacrimogeno, operatori video per trasformare l'aggressione in propaganda. Poi il cambio d'abito nel bosco e l'attacco su due fronti, col corteo pacifico usato come schermo.
C'è di più. L'ipotesi investigativa di materiale — benzina, cesoie, maschere — collocato in anticipo lungo i percorsi e nei boschi racconta una logistica preparata a monte, capace di aggirare i controlli preventivi svolti a valle, nelle stazioni e sulle direttrici di afflusso. Chi ha filtrato migliaia di persone ha fatto il proprio dovere; il punto è che il dispositivo avversario aveva già superato quel filtro.
Non è un corteo degenerato: è un dispositivo paramilitare, sostenuto logisticamente e pensato per reggere uno scontro prolungato, che le procedure ordinarie non coprono più. E ha una dimensione che valica i confini: i provvedimenti di allontanamento adottati nei giorni scorsi confermano la presenza di militanti con precedenti maturati all'estero. Senza uno scambio informativo europeo tempestivo, queste presenze si intercettano solo a scontro avvenuto.
Nel dibattito parlamentare si discute di nuove fattispecie di reato. Come SILP CGIL Liguria osserviamo che il problema, sul terreno, non è la mancanza di norme: è la capacità di applicarle. Un reato in più non identifica un incappucciato, non ricostruisce una catena di comando, non protegge un operatore in prima fila. Serve una risposta organizzativa e di bilancio: protezioni individuali aggiornate per tutti i reparti impiegati e non solo per quelli specialistici, formazione sulle tecniche di aggressione, organici e strumenti di analisi delle immagini adeguati. L'anonimato costruito a tavolino si batte con indagini finanziate, non con gli appelli.
Qui il nodo: mentre lo scenario internazionale assorbe risorse crescenti verso riarmo e impegni di alleanza, la sicurezza interna resta una voce residuale: mezzi vetusti, servizi coperti con ricorso al lavoro straordinario, uffici investigativi sotto organico. È la distanza tra ciò che si chiede ai poliziotti e ciò che si mette loro in mano.
E c'è un riscontro immediato, che riguarda direttamente la Liguria.
La nota dipartimentale sull'assegnazione degli allievi del 233° corso corregge le sedi disponibili con venti unità in più al Reparto mobile di Torino e dieci in meno a quello di Genova, oltre ai tagli disposti su Firenze. Nessuno contesta il rafforzamento del dispositivo piemontese, reso necessario dai fatti della Val di Susa. Ma Genova a Chiomonte c'era! Ha pagato quella giornata con trentacinque feriti tra i propri operatori: oggi si vede sottrarre dieci unità. Contestiamo il metodo: non sono risorse aggiuntive, è una redistribuzione a somma zero, con l'emergenza di un territorio pagata dall'organico di un altro. Il Reparto mobile di Genova opera già sotto soglia in una regione con carichi propri — portualità, grandi eventi, manifestazioni, servizi di scorta — e ogni unità sottratta si traduce in aggregazioni, riposi soppressi e turnazioni forzate. Se la risposta strutturale a Chiomonte è spostare dieci agenti da Genova a Torino, il problema non è risolto: ha solo cambiato provincia!
La direzione, del resto, è leggibile. La conflittualità violenta tende a professionalizzarsi, a muoversi su reti che superano i confini nazionali e ad adattarsi rapidamente alle contromisure. Se il divario di investimento non si colma, la gestione dell'ordine pubblico rischia di scivolare in una condizione di emergenza permanente, con costi crescenti in termini di personale e feriti.
Un ultimo rilievo, che per un sindacato conta. A pagare non sono solo i poliziotti: mezzi incendiati e cantieri devastati significano lavoratori delle imprese che temono per la propria incolumità e presidi privati di vigilanza attivi giorno e notte. È il lavoro, in uniforme e non, a stare in mezzo. Chi manifesta pacificamente non è il problema: il problema è una minoranza che ha fatto della violenza una tecnica!